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mercoledì 30 ottobre 2013

Perché parliamo di antifascismo (di antiautoritarismo) e di antirazzismo.

Quando parliamo di antifascismo e di antirazzismo vogliamo essere molto chiari. Non si tratta di portare ideologie dentro l'università, ma un'idea di civiltà, di convivenza, di rispetto reciproco e solidarietà, e soprattutto di rifiuto della violenza e del pregiudizio. Siamo antifascisti perché siamo contrari alla violenza e all'autoritarismo, cioè a tutte quelle pratiche che, con la violenza aperta o con metodi più 'educati' e apparentemente civili in realtà e di fatto limitano la libertà di gruppi e individui. Siamo antirazzisti perché crediamo che il semplice fatto di provenire da una particolare parte del mondo, di per sé, non sia un motivo sufficiente per provare timore, odio e ostilità nei confronti di qualcuno. Lo siamo a maggior ragione perché viviamo in una Facoltà di Lingue e di CULTURE DEL MONDO. Un luogo nel quale lo studio e la conoscenza di altri popoli, e della loro storia, attraverso le parole di decine di autori possono aiutare a far cadere i pregiudizi infondati, idee preconcette e i sentimenti di ostilità nei confronti di altri popoli o gruppi. Idee che per secoli, ed ancora oggi, rendono i popoli estranei gli uni agli altri, che rendono lo straniero non una persona come tutte le altre, con una storia alle spalle, ma un individuo sospetto per il semplice fatto di essere di un altro paese.

Noi pensiamo che l'individuo, da qualsiasi parte provenga, debba essere giudicato per le sue azioni, buone o brutte, singolarmente. Pensiamo che il razzismo sia frutto di un egoismo elevato su scala nazionale, su scala internazionale, dove governi e istituzioni e partiti politici creano un 'nemico esterno' per dirottare l'attenzione e la tensione di un popolo e non fargli vedere quelli che sono i nemici e i pericoli interni, cioè le disuguaglianze sociali, la sproporzione nelle condizioni di vita di classi alte e basse. Il razzismo, per noi, è uno strumento che alcuni usano volutamente per distrarre un popolo da quanto viene fregato a casa propria.

Con questo non vogliamo assolutamente dire che tutto quello che fa uno straniero, o meglio, un individuo di un altro paese, sia giusto, mentre tutto quello che fanno gli italiani sia sbagliato. Anzi, ribadiamo il concetto: pensiamo che ogni individuo, a prescindere dalle sue origini, dalla sua nazionalità, dalla sua religione, dalle sue idee, debba essere giudicato singolarmente, nel bene e nel male, e che se c'è uno sbaglio, una violenza, deve essere riconosciuta come tale SEMPRE. Questo significa che uno stupro, una rapina, un'aggressione, sono ugualmente gravi CHIUNQUE le commetta. Non è più grave se la compie un immigrato e meno grave, anzi passa quasi inosservato, se lo fa un italiano. No. Non accettiamo né i buonismi di alcuni, né le condanne aprioristiche di altri.

Viviamo in un mondo dove siamo tutti esseri umani, con traversie e storie a volte diverse ma spesso molto simili da vicino. Viviamo in un mondo dove tutti siamo sfruttati, dove tutti possiamo diventare (se già non lo siamo) precari, fuggitivi, clandestini. Anche noi siamo stati migranti, anche qui dal Sud d'Italia milioni sono emigrati e sono stati trattati come bestie per il semplice fatto di essere meridionali. Spesso un popolo viene discriminato perché è costretto ad emigrare. Basta vedere la storia di emarginazione vissuta dagli italiani emigrati negli Stati Uniti. E qual era la loro colpa? Essere italiani in cerca di una vita migliore. Allora è inutile esaltarsi per le imprese degli italiani nel mondo, che hanno cercato una vita migliore, e guardare con disprezzo chi arriva sulle nostre coste. Gli italiani sbarcati in USA non erano tanto meglio vestiti rispetto a quelli che sbarcano oggi a Lampedusa. O che manco ci arrivano.

Viviamo in una Facoltà che ci dà i mezzi per conoscere altri popoli al di là di quello che scrivono i giornali, che dicono ai TG, che ci raccontano quelli che vogliono distrarci dalla comune condizione di sfruttamento che ci unisce, mentre qualcuno vuole tenerci divisi, ostili gli uni agli altri, per meglio controllarci. Non esistono popoli buoni e cattivi, ma sfruttatori e sfruttati. E spesso gli sfruttatori rubano tanto all'estero quanto qui. Creano la povertà per cui gli immigrati fuggono dai loro paesi, e creano la povertà per cui noi, qui, temiamo che qualcuno da fuori venga a 'rubarci il lavoro'. Il ladro, però, spesso è lo stesso. Esistono solo gli esseri umani, e ognuno è responsabile per sé.

Non si giudica un popolo per le azioni di un individuo. Altrimenti nessun popolo ne uscirebbe pulito. Siamo antirazzisti perché non crediamo che una donna o un uomo possano essere oggetto di timore o ostilità solo perché provengono da uno di quei mille mondi che noi esploriamo ogni volta che apriamo un libro, vediamo un film, facciamo un viaggio e SUPERIAMO I CONFINI.